CALABRIA LETTERARIA
n. 7-8-9 LUGLIO-AGOSTO-SETTEMBRE 2005
   
Giuseppina Mazzei Gigliotti,
i colori di un sorriso
 
    Non ha avuto tempo nè modo per dedicarsi alla bellezza dell'arte, verso cui pure si sentiva fortemente attratta, Giuseppina Mazzei, perché ha dovuto riservare ogni energia ai doveri familiari che avevano precedenza su ogni altra cosa.

    Nei tempi difficili e generalmente segnati da ristrettezze economiche della Seconda Guerra Mondiale e della successiva ricostruzione non poteva permettersi di sottrarsi nè di distrarsi dalle sue responsabilità di moglie e di madre. E' stato solo alla soglia degli ottant'anni, quando le condizioni personali le hanno finalmente consentito di affrancarsi da molti impegni familiari concedendole un pò di respiro e di tempo per sè, che ha riscoperto l'antica passione per l'arte pittorica. Così ha preso in mano i pennelli ed ha cominciato a dipingere, senza altre pretese se non quella di esprimere il proprio amore per le cose a lei più care.

    Da giovane aveva però avuto già modo di mettere in evidenza la sua innata inclinazione artistica sviluppando l'abilità scolastica del disegno, nelle applicazioni pratiche del ricamo della biancheria per corredi nuziali e sopratutto di paramenti sacri, anche attraverso elaborazioni del tutto personali, creando paesaggi e motivi floreali.

     Giuseppina Mazzei è nata e vissuta a Carlopoli, ameno paesino situato a circa mille metri di altitudiane alle pendici del Monte Reventino, nella pre-Sila Catanzarese. Un paesaggio di boschi di castagni e di tappeti erbosi che si accendono a Primavera di colori intensi e di profumi che si fanno strada nel cuore; un presepio di casette che serbano quanto di più prezioso possiede la gente della Sila: gli affetti domestici.

    "Fin da bambina la incantavano i prati fioriti o il candore delle abbondanti nevicate che trasformavano Carlopoli in un paese di "fiaba" racconta Salvatore Gigliotti, che, con amorevole dedizione filiale ne custodisce l'eredità di tanti ricordi ed ha avuto il merito di esortare l'artista a proseguire in questo avvincente percorso iniziato quasi per caso.

    "Fu in occasione di una visita ad una galleria del cosentino, nella quale si esponevano i policromi paesaggi di Michele Cascella, che la sua immaginazione e la sua cratività furono irresistibilmente stimolate", rammenta ancora Gigliotti. Al punto da spingerla verso la ricerca di una forma espressiva che le fosse congeniale in quel momento. Ricerca che troverà così il suo appagamento nella tempera e nell'acquerello.

    Guardando ai suoi lavori, semplici e nello stesso tempo sorprendentemente pregni di armoniosa bellezza e gioia di vivere, si comprende immediatamente come la fonte d'ispirazione sia innanzitutto la natura della terra brutia, dolce e talvolta aspra, che l'artista riesce a cogliere con una purezza disarmante, rendendo quei tocchi di colore dei fiori o delle foglie alla stregua di pietre preziose. Gemme incastonate in uno sfondo che non è di puro supporto, ma che a ben guardare rivela una sintesi equilibrata dei toni e dei colori che altro non sono se non il riflesso dei luoghi che ha "respirato" e che l'hanno accompagnata durante tutta la vita.

    Il rosa delle sue albe, il celeste dei cieli tersi sui monti, il verde dei pini silani, il giallo delle ginestre e dei "sinagli", il rosso acceso dei mattoni delle chiese bizantine, il nero degli occhi stellati delle donne di Calabria. Ci sono proprio tutti i colori della Calabria, come anche c'è un bagno di luce intensa e di aria odorosa e leggera. Ma i suoi paesaggi incantati rivelano sopratutto il cuore sereno e generoso di una donna approdata ormai nella stagione della maturità, quando l'anima raccoglie quello che ha seminato.

    L'ultima stagione della vita che è segnata dalla "malinconia che diventa il lievito della poesia" e dunque dell'arte. Molti luoghi della memoria ritratti dell'artista carlopolese sopravvivono nella realtà e ad un primo sguardo superficiale sembrano oggi spogli e quasi insignificanti. Ma le forme ed i colori di Giuseppina Mazzei li fanno apparire sotto una luce inconsueta ed attraente: riescono a raccontarli con amore, evocando vicende vissute ad essi correlate, patrimonio personale ma che appartiene anche ad un'intera comunità, poiché narrano gli echi di una civiltà ormai scomparsa di pastori e di contadini, rivelandone il valore di preziosa testimonianza di vita e affetti.

     Giuseppina Mazzei, nei dieci anni di attività pittorica, ha realizzato oltre una ventina di lavori. Amava dipingere sopratutto alberi, che appaiono alla stregua di colonne che sostengono immagini piene di colori e di gioia. Alberi che sono anche metafora di una vita vissuta a lungo, che affonda le sue radici nella storia della propria terra ed offre alle nuove generazioni frutti che sanno di saggezza e di nobiltà d'animo.

    Bisogna fare un viaggio all'indietro alla ricerca dell'origine di quei frutti se si vuole gustarne appieno il sapore. "I frutti non sanno il lavoro fatto dalle radici", amava ripetere Palmira Fazio Scalise, poetessa calabrese, maestra ed amica della nostra pittrice, allora bisogna tornare ai tempi dell'infanzia, vissuta dalla Mazzei con felice spensieratezza, giocando e cantando nelle "rughe" del "Pizzu suttanu", oggi centro storico di Carlopoli, quando restava incantata ad ammirare la straordinaria bellezza degli alberi e di fiori oppure il misterioso fascino della neve, quel "cavaliere bianco", come lei soleva chiamarlo, che avvolgeva la Sila di una luce particolare trasfigurandola in un algido paesaggio di sogno.

    Erano i tempi in cui l'attività prevalente di questa terra era ancora la pastorizia e, come consuetudine, molte famiglie carlopolesi trascorrevano parte dell'Inverno e della Primavera nelle marina di Catanzaro per seguire la transumanza. Esperienza che ha completata la tavolozza dei paesaggi calabresi introiettati dalla Mazzei, aggiungendo ai colori della montagna calabrese, la gamma delle sfumature cromatiche della costa jonica, dall'azzurrino al verde, ai riflessi argentati delle foglie d'ulivo.

    "Fortificata nei valori della famiglia e della fede", continua Salvatore Gigliotti, "ha superato momenti difficili vivendo la sua esistenza con una serenità che con grande naturalità trasmetteva ai familiari ed alle persone che hanno avuto modo di conoscerla. Ella si accostava alla Natura con un senso di religioso stupore, gioendo talvolta alla vista di un semplice fiore di campo. Soleva in questi momenti esclamare, nell'idioma carlopolese:"Grandizza 'e Dio!".

    Alessandro Cacace, pittore tarantino amico della nostra artista, sostiene, giustamente, che un bravo pittore è anche un buon osservatore. Qualità che certamente non mancavano nel bagaglio umano ed artistico di Giuseppina Mazzei.

    "Era estremante piacevole per noi figli", ricorda sempre S. Gigliotti, "accompagnarla in auto attraverso i boschi della Sila. Tutto ciò che la emozionava durante quei "vagabondaggi" l'avrebbe poi trasposto nei suoi lavori. Anche lo stormire delle fronde, nella loro alterna sinfonia di colori cangianti con l'avvicendarsi delle stagioni, toccava la sua sensibilità. Ricordo che una volta, in autunno, volle soffermarsi davanti a un viale di pioppi che avevano conservato tutte le foglie già ingiallite. Più tardi rividi con emozione la stessa scena riprodotta in un suo quadro". Personalmente la ricordo sempre accogliente e sorridente, nonostante i seri problemi di salute che l'afflissero negli ultimi anni di vita, sobria ma molto curata ed elegante nei modi e nel vestire; era pervarsa da una serenità contagiosa e dotata di una spiccata capacità cominicativa. I suoi lavori pittorici riflettono appieno la dolcezza del suo animo e del suo sguardo, continuando ancora oggi ad irradiare, sommessamente, armonia ed amore. Sembra scritta apposta per lei questa frase della Scalise:
 
"Come può spiegarsi tanta energia da un cuore che ha respirato l'aria comune a tutti?(...)
Solo Dio può rispondere:
quel Dio che dà alla creta la scintilla divina, che pone in core l'ansia della bellezza, l'anelito
del Vero e la santa Carità".
 
    E' proprio vero, per dirla infine con le famose parole che Giovanni Paolo II rivolse agli artisti in occasione della Pasqua del 1999, che "nella creazione artistica l'uomo si rivela più che mai immagine di Dio".
 
Cosimo Buono
 
 
 
 
 
 
 
   
 
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Ultimo Aggiornamento:
27/11/2015
   
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